Galleria di ritratti

Tutte queste teste che somigliano quasi a una collezione di tagliatori di teste come quelle dei film, sono ritratti di amici e conoscenti di mio padre, realizzate tra gli anni ’50 e i primi anni ’60 per la maggior parte.

Come disse lo storico e amico di mio padre Giovanni Previtali, risentono dell’influsso di Marino Marini anche se possiedono una loro forza interiore e qui Raffaelino De Grada ebbe a dire del lavoro di mio padre, che se negli anni ’60 non fosse arrivata la moda dell’arte astratta, mio padre sarebbe stato una stella di prima grandezza nel mondo dell’arte italiana.

Prometeo 1986

Questo “Prometeo” un monumento non terminato alto 4 metri in “Forma Aperta” doveva andare davanti al palazzo del lavoro sede della Cgil a Milano.

Il lavoro iniziato venne bocciato dal segretario della Cgil di allora perché lo ritenne costoso, almeno questa fu la spiegazione di mio padre quando gli chiesi cosa ci facesse ancora in studio, cosi lasciato a metà.

Forse ora dopo qualche anno lasciato da Carlo Micheletti, uno scultore fabbro, mio amico di Lecco, gli abbiamo trovato una sistemazione definitiva presso il castello di Montesegale, a casa del suo amico fraterno e collezionista Ruggiero Jannuzzelli.

Il Prometeo è uno dei tanti lavori iniziati da mio padre e poi lasciati incompleti per il ripensamento del committente, uno dei grandi problemi di chi fa l’artista, un lavoro che permette grande libertà, ma una libertà che dipende sempre dal numero di collezionisti, mecenati e istituzioni pubbliche per le quali si riesce a lavorare.

Ritratto di Arno Hammacher

Questa testa è di Arno Hammaker, mio padre la realizzò tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60.

Non so bene quando Arno arrivò a casa mia e come, quello che so e che io fin da bimbo me lo ritrovai per casa.

Dai racconti di mia madre erano tre gli olandesi sbarcati a Milano: Arno Hammaker fotografo, figlio del direttore del museo Van Gogh, Liewe Op’tland architetto dello studio BBPPR e Bob Norda grafico pubblicitario poi socio fondatore di Unimark con Vignelli e Gregorietti.

Dei tre, Norda non l’ho mai conosciuto di persona, almeno non penso, Liewe era dolce e sereno, sposato con Carmelia soprano portoghese e poi Arno uno straordinario fotografo, grande bevitore, amante delle donne degli altri e gran rompiballe, ma ad avercene oggi di rompiballe così.

Le sue foto sono le foto dei grandi maestri della fotografia, capaci di parlare senza didascalia.

Quello che legava i due olandesi alla mia famiglia era oltre all’ amicizia con mia madre il fatto che Liewe e la moglie abitassero nella casa davanti noi, in via San Martino, una traversa di Corso Italia e che Arno fosse sempre a casa loro, io da bimbo incontravo sempre insieme Arno e Carmelia e mai Liewe e Carmelia.

Davanti oltre a Liewe e la moglie cantante, c’erano Ercole Pignatelli con il suo studio che sembrava uscito da un quadro di Rousseau, Alfa Castaldi e Anna Piaggi ed in fondo la sede della Mondadori e all’inizio della via c’era lo studio di Gianni Colombo il fratello di Joe, insomma un coacervo di persone che andavano e venivano, quando mi chiedono cos’è strano per me, francamente potrei rispondere un cassiere di banca!

Mentre ho sempre visto Liewe con mia madre che dipingevano insieme o fare altre cose che facevano gli artisti, parlare e discutere d’arte, raccontarsi le mostre, insomma cose così, cose che io con gli occhi di bambino reputavo una grande rottura.

Mi padre essendo separato ed essendo un uomo moderno, con la separazione aveva anche diviso le amicizie con mia madre, quindi chi frequentava mia madre, non frequentava lui, perciò i tre olandesi, diventati due, mio padre smise di frequentarli.

Norda mandava i saluti a mia madre tramite Arno, che invece rimase sempre in contatto con lui.

Questa testa di terracotta risente l’influenza di Marino Marini su mio padre, anche se ha una sua forza formale, impressionista e al tempo stesso la ieraticità dell’arte popolare padana legata al linguaggio artistico dell’antica tradizione della terra cotta che questi popoli hanno sempre usato sia per fabbricare suppellettili ma anche come fragile testimonianza del loro sentire.

Mio padre amava la terracotta, suo nonno e la famiglia di suo nonno erano ceramisti imolesi di tradizione socialista, mio padre durante la guerra crebbe nella casa del nonno a Sesto Imolese, una grande casa colonica con la fornace per cuocere la terra.

Quando capitava di passare nella chiesa di San Satiro mio padre invece di guardare l’abside del Bramante, si metteva a guardare le statue di terracotta nel sacello, la Pietà, un gruppo di statue in terracotta dipinta, di Agostino Fonduli. Il gruppo consta di quattordici figure eseguite con la tecnica del panneggio bagnato. La scena si focalizza sul Cristo morente tra le braccia di Maria, forse anche modello d’ispirazione per le figure dei bersaglieri nel monumento di via Larga.

Lo studio di via Corelli

Studio di Via Corelli 124/A Milano, dove dal 1969 fino al 2010, Mario Robaudi visse e lavorò.
Esterno Studio di via Corelli 124/a_smantellato tra il 2015 e 2016

Lo studio di via Corelli, studio d’artista dato in uso dal comune di Milano, nel 1969 a mio padre, dalla giunta del sindaco Aniasi.

Quando la politica si occupava di cultura, aiutando gli artisti ad avere spazi in cui realizzare le proprie opere.

Lo spazio era l’ex stalla della cascina “Case Nuove” una cascina del comune abbandonata dai primi anni ’50. Mio padre con i soldi guadagnati dal “Monumento ai Bersaglieri” la ristrutturò e vi realizzò il monumento.

Fino alla sua morte fu il suo studio e la sua casa, il luogo in cui essere completamente libero, nonostante i costi sempre più alti per il mantenimento della struttura, cercò sempre di mantenerla al meglio.

Qui realizzò gran parte delle opere realizzate in vita, opere uniche, pezzi di cui non c’è un multiplo, tutte realizzate personalmente, dedicando gran parte della sua ricerca alla forma e ai materiali compositi.

Le foto che vedete sono state realizzate dopo la sua morte nel marzo del 2010.